I libri di Luciano Guareschi

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I libri di Luciano Guareschi

Messagede guareschi » Dim Juil 23, 2006 4:21 pm

Chissà se per rispondere ad Aurore ho fatto la manovra giusta.
Io non so scrivere recensioni per nessuno, figuriamoci per i miei lavori.
Quindi provo a trasferire qui una parte della mia stessa presentazione di SPANA QUATRO DEI, e un brano della recensione del prof. Enzo Santese.
Quanto spazio ho a disposizione? Speriamo sia sufficiente. Ora provo.

SPANA QUATRO DEI
(Una Spanna e Quattro Dita, unità di misurazione in un gioco con le biglie).
Il libro è stato distribuito solo localmente e ha avuto un tale successo che se ne è dovuta fare una seconda edizione.

Dalla presentazione dell’autore:
[...] Questo libro non è un romanzo, né un saggio e nemmeno un trattato. Anzi, questo libro non è neanche un libro: è una galleria immaginaria di personaggi romantici attraverso i quali io vorrei rendere omaggio, mi si perdoni la presunzione, ai Portogruaresi e alla loro incantevole parlata.
Detto per inciso, noi Veneti dobbiamo ricordare con orgoglio che la prima opera letteraria italiana è stata scritta intorno l'anno 800 in una lingua mista di latino e veneto volgare:

“Se pareba boves, alba pratalia araba,
albo versorio teneba et negro semen seminaba.”

Si tratta del cosiddetto indovinello veronese:
“(Lo scrittore) portava avanti i buoi (le dita), arava prati bianchi (i fogli di pergamena), teneva un aratro bianco (la penna d’oca) e seminava un seme nero (l’inchiostro)”.
Gli scettici si rechino a controllare il manoscritto alla Biblioteca Capitolare di Verona.

Ma torniamo alla galleria dei miei personaggi: io ho voluto raccontare la “mia” Portogruaro, la Portogruaro colorita che io amo, quella del becher (macellaio) che entra dal giornalaio a chiedere “vintisinque franchi de Gazetin”, venticinque lire di Gazzettino, quotidiano del Veneto; del contadino di Villanova, educato e gentile, che giunto finalmente a gustare le gioie del sesso a pagamento in una celebre “casa compiacente”, si preoccupa per i gemiti della fornitrice di piaceri: “Ghe fasso mal, siora putana?”, Le faccio male, signora puttana?; dell’ineffabile e indimenticabile “mato” matto Bertoni, noto a tutti i concittadini per i suoi discorsi apparentemente strampalati, il quale, arringando i passanti dal poggiolo del Municipio, definisce la ricchezza “laccio di una bramosia turpe e insensata”; di Anselmo, vecchio cameriere del caffè Sguerzi, sempre impeccabile in giacca bianca e farfallina nera, il quale, rispondendo ad un cliente che in una giornata d’agosto particolarmente torrida si lamenta del caldo, sostiene: “Caldo? Caldo ze quando casca pàssare roste. Ze cascà pàssare roste? No. Alora no ze caldo.”, Caldo? C’è caldo quando cadono dal cielo passeri arrostiti. Sono caduti passeri arrostiti? No. Allora non fa caldo; o infine del Cina, che affacciandosi alla porta della ex drogheria Longo provvisoriamente occupata dalla mitica ditta Fumei – calzature e abbigliamento, la cui sede è in restauro – ordina al titolare inorridito: “Ciò Aldo, incàrteme do eti de mortade’a e tre de sgombro ma distrìghete che go premura!” Ehi, Aldo, preparami due etti di mortadella e tre di sgombro, ma sbrigati perché ho fretta.
Se qualche lettore riterrà che questa è anche la “sua” Portogruaro, significa che Porto ha più di un amante. Ma io non sono geloso.


Dalla prefazione di Enzo Santese:

[...] Luciano Guareschi segnala una puntuale fedeltà alla parlata portogruarese, così diversa e riconoscibile nell’ambito della frammentata koinè veneta da essere, in questo libro, documento di una tensione linguistica consolidatasi in peculiarità stabili da un lato, incanalata verso pur minime modificazioni da un altro. Le forme idiomatiche sorreggono anche lo spessore di un’ironia portata talora alle soglie del paradosso; ma la fantasia popolare, inserita in espressioni affidate il più delle volte alla trasmissione orale, risulta l’elemento qualificante di una storia iscritta nella dimensione del quadro, del bozzetto, con la prerogativa di potersi allargare ad altre realtà geografiche: in questa duplicità e ambivalenza risiede uno dei tratti cospicui dell’opera, quello di essere marchiato da una specificità riconducibile a Portogruaro, ma dilatabile a qualsiasi centro veneto. Il piano espressivo è sommosso dalla tecnica dell’incastro, dall’inserzione nel contesto “italiano” di termini o stilemi vernacolari con il risultato di una screziatura linguistica, dove si fondono continuamente toni narrativi e flash back sulla vita cittadina che si celebra nella sua provincialità moraleggiante da una parte e nello slancio comportamentale disinibito dall’altra.
[...] L’anarchico, il provocatore, la donna appetitosa e generosa, il credulone, l’amatore da strapazzo, lo spaccone sono individualità ben scisse dallo specifico dei rispettivi nomi. L’aria scanzonata, la venatura goliardica e il compiacimento per talune fughe dal bon ton fanno di questo libro un mosaico di frammenti conditi d’allegria senza freni ipocriti, inserita peraltro in un contesto che è fortemente preciso nell’analisi dell’ambiente in talune sue caratterizzazioni. L’apparente irriverenza delle descrizioni in cui si campisce il “tipo” negativo è nella realtà la condizione “umana” con cui Guareschi si accosta alla realtà portogruarese e fa della parlata un veicolo straordinario di colore rappresentativo delle gioie e delle pene di provincia.
Il distacco con cui l’autore sottolinea lo sviluppo degli avvenimenti è, nei fatti, la maschera del soggetto fortemente coinvolto nelle cose narrate, tanto da risultare personaggio egli stesso che guida le vicende dietro le quinte di un immaginario teatro: qui gli attori, tanto veri nella loro preoccupazione di apparire invenzioni, recitano a turno una parte che può ben ripresentarsi agli occhi di qualsiasi lettore di una qualunque località dove la forza della tradizione è forte solo fino al punto da rendere comunque possibile l’esaltazione del tratto “peccaminoso” e l’irrisione dello sforzo “perbenista”.
Luciano Guareschi intesse nella dinamica dei suoi racconti quel nerbo seduttivo che ne annulla la brevità e ne cancella la frantumazione. Il tutto per accendersi di un affresco con tante autonome zone di approfondimento nel campo dell’adesione al mondo ritratto e cullato dallo scrittore nella propria dichiarata simpatia.


CHI C’È, C’È.
Si tratta in pratica del seguito di SPANA QUATRO DEI.
È andato esaurito ed ormai è introvabile.
A proposito dell’importanza culturale dei dialetti, c’è da rimarcare la citazione del grande scrittore Luigi Meneghello inserita dal prof. Diego Collovini nella sua prefazione all’opera:
“Morendo una lingua, non muoiono certe alternative per dire le cose, ma muoiono certe cose.”.

Ecco fatto.

Se qualcuno fosse interessato alle mie "pillole di saggezza", cioè ai miei aforismi o a note di vita, ne può trovare una parte nel sito www.pensieriparole.it

La douce Aurore è in grado di dirmi se tutto questo è arrivato a buon fine?
Come ho già detto, non ho esperienza di forum.

Ciao.
Luciano Guareschi
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