de julien » Mer Aoû 16, 2006 10:28 am
Vous avez certainement suivi les récentes polémiques au sujet des déclarations faites par le grand romancier allemand Gunter GRASS, qui a reconnu publiquement, pour la première fois, qu'en 1944, très jeune, il avait inégré volontairement les WAFFEN SS.
Ces polémiques rappellent celles sur Ignazio Silone.
Personnellement, je serais très indulgent avec GRASS, dont le parcours politique et artistique postérieur à la guerre a largement démontré la sincerité de ses sentiments démocratiques, nés certainement, en grande partie, de cette expérience traumatisante qui fut son engagement dans les WAFFEN SS. GRASS n'était pas et n'est pas un "démon", ni aujourd'hui ni même à l'époque, mais un gamin qui comme des millions d'autres, s'est fourvoyé.
Pourtant, de nombreuses voix se sont levées (exemple, Lech WALESA) demandant que Gunter GRASS soit trainé dans la boue et que son prix Nobel de littérature lui soit retiré.
Si aujourd'hui, 61 ans après la chute du nazi-fascisme, une partie considérable de l'opinion publique se montre aussi sévère avec GRASS, comment aurait-elle réagi avec SILONE si ce dernier avait reconnu, dans un climat autrement plus tendu, ses liens avec la police politique fasciste ? Certainement mal, très mal ; on peut même imaginer le pire...
Je peux donc comprendre parfaitement le silence de SILONE dans l'après guerre, sa réticence à "avouer" ... Probablement, moi-même je lui aurais conseillé de garder le silence, laissant les loups (comme il le confiera sur son lit de mort à sa femme Darina) le déchiqueter une fois dans la tombe...
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Ci-dessous, un article du "Corriere della Sera" sur le cas Gunter GRASS. Je voulais souligner les passages qui me font penser à Silone, mais c'est l'article tout entier que jj'aurais du souligner !
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15 agosto 2006
LO SCRITTORE E LE SS
Günther Grass, il mito dell'innocenza
di Pierluigi Battista STRUMENTI
Nel segreto caparbiamente custodito per oltre sessant'anni da Günter Grass si racchiude l'enigma di un interminabile dopoguerra politico e storiografico incapace di chiudersi perché anche i suoi uomini più illustri, generosi, sensibili e illuminanti hanno accuratamente evitato, per decenni, di dire la verità. Perché hanno cancellato le tracce e sapientemente ritoccato le loro biografie.
Hanno lasciato che si depositasse una patina di inautenticità e di ipocrisia sui loro percorsi esistenziali. Hanno fatto di se stessi un monumento. Hanno inventato il mito della loro innocenza. Ma nell'atmosfera della malafede, le peggiori tragedie del passato, benché rimosse, riaffiorano come fantasmi implacabili.
Nella sua confessione alla Frankfurter Allgemeine, Günter Grass rivela di essersi arruolato, giovanissimo, nelle Waffen Ss.
È una notizia traumatica, sorprendente. Ma non è sorprendente la motivazione con cui l'autore del Tamburo di latta — una delle più sottili investigazioni sulla temperie psicologica e morale che favorì l'ascesa del nazionalsocialismo in Germania — ha giustificato la sua tenace reticenza su quella scelta fatale abbracciata a quindici anni, poco più che bambino: tacque «per vergogna», seppellì quel passato compromettente perché, confessa, «non avevo mai trovato la forza di dirlo». Spiegazione nient'affatto sorprendente perché quel miscuglio di omertà, vergogna, imbarazzo destinato ad alimentarsi per sessant'anni è la carta di identità di un intero establishment intellettuale che ha costruito, dopo la sconfitta del nazismo e del fascismo, la propria leadership morale spezzando ogni legame con il proprio vissuto, con il ricordo molesto degli anni in cui il Mostro trionfante aveva sedotto e abbacinato anche i «migliori».
Qualcosa di profondamente diverso dal banale opportunismo degli eterni voltagabbana che cambiano pelle a ogni mutamento di regime. Qualcosa di molto somigliante, invece, all'annichilimento volontario del passato, a un «patto dell'oblio», come lo ha definito Alberto Cavaglion, necessario alla costruzione di una leggenda in cui l'orrore del passato, deformato e reso irriconoscibile, è stato messo in conto solo a un manipolo minoritario di malvagi irredimibili, restituendo una patente incontaminata alla moltitudine dei complici e dei seguaci.
Se dunque Grass non merita un processo iniquo e tardivo, se la pietas,
non l'indignazione, è il sentimento meno crudele nei confronti del giovane che Grass è stato, di un adolescente confuso e frastornato che scambiava la croce uncinata per un simbolo del destino e dell'avventura, un giudizio diverso non può che gettare un'ombra sull'attiva partecipazione al «patto dell'oblio» di uno scrittore gratificato dal ruolo di coscienza critica, incarnazione di quella «nobiltà dello spirito» così rara nella Germania postnazista umiliata e prostrata da una sconfitta apocalittica. Davvero non si trova «la forza per dirlo» in oltre sessant'anni? E nessuno immaginava, nessuno biografo indiscreto in tutto questo tempo ha trovato l'ardire di indagare sugli anni giovanili del grande scrittore? E qual è il motivo di tanta delicato riserbo per un tempo così prolungato? La vergogna, certo. Anche Norberto Bobbio tacque, per vergogna, su alcune sciagurate lettere servili indirizzate al duce. Ma non nascose il suo rimorso, non volle più galleggiare nell'indulgenza autocompiaciuta e lo disse con dolore a un giornalista «fascista», Pietrangelo Buttafuoco, in una confessione che gli fa onore e che invece venne deplorata come una imperdonabile «debolezza» dai custodi dell'ortodossia e dagli addetti alla monumentalizzazione della storia. E la confessione di Grass è forse scossa dalla stessa vergogna della vergogna coraggiosamente denunciata da Bobbio?
La storia di Günter Grass merita rispetto, come quella, identica o analoga, dei tanti intellettuali italiani che, passati gli anni dell'adesione al fascismo o della compromissione con il regime, sono diventati il cuore e il cervello dell'Italia antifascista occultando le tracce della loro vita precedente. Anche loro, Vittorini, Bilenchi e Argan, Calamandrei, Moravia e Della Volpe, Paci, Firpo e Pasolini, Gadda, Pavese e Spadolini, Piovene, Rossellini e Sapegno, Cantimori, Muscetta e Bianchi Bandinelli e tanti, tantissimi altri hanno reciso i vincoli esistenziali con la parte imbarazzante di sé. Hanno modificato la loro biografia, rielaborandola, edulcorandola, abbellendola, rimodellandola per renderla accettabile ed esemplare. Hanno pasticciato con le date della loro «fuoruscita» dal recinto del regime, dilatato oltre ogni misura qualsiasi stormir di «fronda» e di precoce dissenso, sdoppiato la loro personalità («fascisti fuori, antifascisti dentro»), nobilitato sé stessi con gli esempi della storia e della letteratura (Nicodemo, la
«dissimulazione onesta»). Gli effetti della vergogna, certo. Ma anche il sostegno degli amministratori autorizzati del «patto dell'oblio» che hanno accusato di «sensazionalismo» e di «scandalismo» chi faceva menzione di un passato che doveva essere cancellato per sempre, come se il riaffiorare delle tracce occultate fosse conseguenza del lavorio torbido di devastatori della memoria antifascista intenti a imbrattare i busti dei padri della patria, a intingere le loro penne nel veleno della denigrazione.
E invece il sensazionalismo non è che l'altra faccia del silenzio e dell'omertà. E l'omertà è il prezzo da pagare per far coincidere la propria vita con la leggenda. Chi oggi potrebbe mettere in discussione la grandezza dei romanzi di Grass o far pesare sulla reputazione di un grande scrittore la sventatezza dei suoi quindici anni? Si scolora sempre di più, semmai, la reputazione di un dopoguerra che non ha conosciuto il rigore della resa dei conti e ha costruito un suo pantheon di eccellenza a prescindere dal contenuto di verità che ne avrebbe legittimato il primato. Senza nemmeno il coraggio di trovare «la forza per dirlo».